Lo scorso aprile l'omicidio di Eugene Terre'blanche, leader del Movimento della destra bianca “Afrikaner”, ha messo in luce le divisioni di un Sudafrica che non ha definitivamente chiuso i conti con l’apartheid. A partire dalla redistribuzione della terra intorno alla quale non è ancora stata individuata una condivisa riforma agraria.
«L'obiettivo di redistribuire un terzo delle terre dei bianchi alla maggioranza nera potrebbe essere rivisto». Ad annunciarlo è stato il ministro per la riforma fondiaria Gugile Nkwinti rendendo pubblico il dato per cui circa il 90% delle imprese prima appartenenti ai bianchi e assegnate alla popolazione nera del Sudafrica non sono produttive. «L'attenzione sarà rivolta ad aiutare gli agricoltori neri per rendere la loro terra più produttiva», ha dichiarato l’esponente del Governo.
La rivitalizzazione del settore rurale potrebbe dare slancio all'economia e contribuire all'auspicata, e annunciata all'indomani dell’elezione del Presidente Zuma, riduzione del tasso di disoccupazione. Inoltre, la politica agraria potrebbe avere ricadute positive sulla vacillante coesione sociale del Paese. Ma da Johannesburg si attendono riforme in tutti i settori dell’economia. Riforme che dovranno confrontarsi con i dati che parlano di una crescita a cui non corrisponderà un calo della disoccupazione.
Nell'ottobre scorso il Fondo Monetario internazionale aveva stimato una crescita dell'1,7% per il Sudafrica. Le ultime previsioni di aprile, invece, sono più ottimistiche: nel 2010 l'economia sudafricana crescerà del 2,6%. Il dato s'inserisce – sempre secondo le previsioni Fmi – in un contesto mondiale che dovrebbe crescere del 4,2 %, con Cina e India a guidare la ripresa dalla recessione economica globale. Nell'area africana la crescita dovrebbe passare dal 4,75 % di quest’anno al 6 dell’anno prossimo (nel 2009 è stata del 2 %). Tornando allo scenario sudafricano, il “Wold Eonomic Outlook” dell’Fmi prefigura una ripresa anche per le esportazioni che dovrebbero crescere del 3,6% nel corso del prossimo anno.
L’uscita dalla recessione sarà accompagnata da una conferma del tasso di disoccupazione (intorno al 24%). A completamento del quadro, sempre secondo l’Fmi, il tasso d’inflazione dovrebbe attestarsi mediamente intorno 5,8% nel 2010 e nel 2011, mentre il PIL crescerà fino al 5% nell’anno in corso e fino al 6,7% nel prossimo. Stando all’interpretazione dei dati fornita dall’Fmi, il Sudafrica così come tutta l’Africa subsahariana, ha “ridotto gli effetti della crisi in virtù della limitata integrazione nell’economia globale”. «Anche se abbiamo visto segni di recupero negli ultimi due trimestri del 2009 con un tasso di crescita del PIL del 0,9% nel terzo trimestre e del 3,2% nel quarto trimestre, la ripresa è solo all'inizio e resta fragile e irregolare. Rischi reali rimangono per l’economia sudafricana in un contesto dove non c'è ancora garanzia dell’uscita dalla recessione dell'economia mondiale», ha affermato il Ministro dell’Industria e del Commercio, Rob Davies, di fronte al Parlamento lo scorso 4 maggio. Per Davies le principali criticità per l'economia del Sudfrica possono provenire da una crescita insostenibile basata sull'estensione del credito e del consumo senza una concomitante crescita dei settori produttivi.
Cosa fare allora? Ancora una volta dal Governo Zuma viene rimarcata la necessità di intervenire sull’occupazione. Secondo il Ministro dell’Industria e del Commercio «va intrapresa un'azione decisiva per consentire alla nostra economia una nuova crescita, un percorso in grado di fornire al nostro popolo un lavoro dignitoso e condizioni di vita sostenibile su scala più vasta rispetto al passato». La strada individuata da Rob Davies per il raggiungimento dell’obiettivo passa attraverso l’apertura all’esterno. «Gli investimenti esteri diretti sono un fattore importante per la produzione e per la creazione di posti di lavoro in Sudafrica - ha detto il Ministro illustrando i punti chiave del Piano Industriale nazionale per i prossimi tre anni - Poi, le esportazioni devono sostenere la nostra politica di approccio industriale in diversi modi. In primo luogo, dobbiamo garantire la stabilizzazione delle esportazioni verso i mercati consolidati. In secondo luogo, bisogna puntare all’aumento delle esportazioni verso Asia, Africa, Sud America e Medio Oriente. Dovremo, inoltre, puntare all’esportazione in paesi come la Brasile, Russia, Zimbabwe, Repubblica democratica del Congo, India e Cina, di prodotti a valore aggiunto a sostegno della nostra strategia di diversificazione del prodotto».